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A proposito di un nuovo saggio di Franco Maiullari: Antigone e la tirannia tebana. Le relazioni familiari di un personaggio sofocleo icastico e poliedrico

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Angela M. Andrisano


In un recente saggio (2025) di Franco Maiullari (F. M. in seguito), psichiatra,
psicoterapeuta adleriano, nonché studioso di tragedia greca, è nuovamente protagonista
la famiglia dei Labdacidi (Antigone e la tirannia tebana. Violenza, incesto, omertà. Una
perizia psicologica
), ma questa volta è la figura di Antigone ad essere soggetta ad una
perizia psicologica accompagnata da una «meticolosa indagine testuale»: una lettura
cosiddetta anamorfica. Il metodo di studio è definito «un escamotage retorico-procedurale» (p. 11).
È subito evidente che siamo di fronte ad una decostruzione di quella figura di Antigone sofoclea, monoliticamente eroizzata in contrapposizione a Creonte, che sopravvive ad ogni tentativo di analizzarne meglio le istanze più profonde, a partire da un’insana vocazione alla morte1, da un intrinseco squilibrio messo in luce dalla netta contrapposizione con la più docile sorella Ismene. L’obiettivo dell’Autore è
dichiarato: in una prospettiva anamorfica siamo di fronte ad un «personaggio alla deriva negli ultimi tempi della tirannia a Tebe» (p. 13).


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