G.B. Palumbo & C. Editore S.p.A. - Rivista annuale online di studi sul teatro antico

Dionysus ex Machina

pubblicato il: 18 Luglio 2013
categoria: recensioni spettacoli
Giuseppe Liotta

Spettacoli I.N.D.A., Siracusa 2013

La saga dei Labdacidi

Probabilmente i titoli delle tragedie rappresentate quest’anno al Teatro Greco di Siracusa per festeggiare, insieme alla commedia di Aristofane Le donne al parlamento, un secolo dalla nascita dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico, in attesa del prossimo anno quando ricorreranno i 100 anni della prima rappresentazione teatrale, sono fra i più noti e significativi, intramontabili, ma anche sempre tragicamente attuali dell’intero corpus di tragedie e commedie che ci sono giunte dall’antichità classica: Edipo re e Antigone, che presentati insieme per questo XLIX ciclo, li fanno tanto somigliare ad una saga famigliare sulla dinastia, ovvero stirpe, dei Labdacidi. A rendere poi fondata questa impressione concorrono alcuni innesti e disinnesti ai due testi compiuti con spavaldo accanimento drammaturgico dai rispettivi registi e traduttori, per non dire della libertà lessicale con cui è stata tradotta la commedia aristofanea che ci riporta dalle parti del teatro di Varietà, se non proprio dell’Avanspettacolo.

Si tratta di operazioni culturali e registiche assolutamente legittime che diventano molto discutibili quando dalle intenzioni si passa ai fatti: vale a dire, alla realtà scenica, che mai, come nell’edizione di quest’anno abbiamo visto così confusa e scombinata nella resa dei singoli spettacoli, così poco persuasiva e convincente: una recitazione concitata, urlata, sempre sopra le righe; un disegno registico sovraesposto, privo di un’idea precisa, di un pensiero unificante, di un obiettivo visibile, che non fosse quello del semplice intrattenimento, del gioco teatrale esibito, con il fine principale, neanche troppo nascosto, di compiacere il pubblico che assiste ad una superficiale e sgargiante esibizione di effetti speciali, sonorità incontrollate, costumi coloratissimi neanche fossimo in un teatro Excelsior, e non seduti su sedie di pietra davanti ad un dramma classico. Le scene sono alte, possenti e si impongono allo sguardo dello spettatore come gigantesche installazioni, ma più congeniali ad un set cinematografico che ad uno spazio teatrale.

Nelle tre rappresentazioni molte cose appaiono incongrue, fuori posto, dettate per lo più da intuizioni registiche stravaganti e occasionali, dal corto respiro scenico, di scarso rilievo drammatico, a fronte di un eccesso visivo ed uditivo. I personaggi principali danno il meglio di se stessi nelle corse a perdifiato per l’ampio spazio, percorso andando oltre gli stessi limiti della scena greca, in una dinamica più fisica che psicologica, o dell’anima, molto esteriore e poco coinvolgente sul piano culturale ed emotivo, riuscendo a fare emergere prepotentemente le figure più in ombra delle tre storie: Tiresia, un gigantesco Ugo Pagliai; Giocasta, una inquietante Laura Marinoni, e Anna Bonaiuto che fa di Prassagora una ironica e divertente pasionaria “a rovescio”. Nelle due tragedie il Coro ha una funzione esponenziale ondivaga: un po’ di qua, un po’ di là a seconda delle necessità della scena; più intelligentemente orchestrata nell’Edipo re, molto elementare nei gesti e nel movimento in Antigone. Mentre il Coro delle Donne al parlamento arricchisce la scena della sua bella e vivace presenza.


Edipo re
Nonostante le infinite letture e analisi filosofiche e letterarie, le molteplici interpretazioni teatrali e rappresentative, gli svariati approcci di tipo filologico, semiotico, o storicistico, le strabilianti “messe in scena” a carattere affabulatorio, o epico, Edipo re di Sofocle rimane una delle tragedie più “oscure” e inafferrabili dell’antica Grecia. Qualunque rappresentazione scenica ci spalanca un “vuoto” indefinibile, che sappiamo essere la parte più potente dell’intera tragedia: ma non ci siamo arrivati, non l’abbiamo posseduta, ci è sfuggita di mano, irrimediabilmente. La tragedia “perfetta” rimane “imperfetta”, incompleta sulla scena.

È il “ritmo tragico” ad essere la vera “essenza” dell’opera: ma esso non ci appartiene più, rimane cristallizzato in un mondo “fuori di luogo”, lontano nel tempo e nello spazio, come “gioco” di tensioni, rovesciamenti e ambiguità che sono cambiati di segno, e quindi di significato.

Occorre quindi andare alla ricerca di un ritmo teatrale contemporaneo (lingua, oggetti, movimento) che abbia la capacità di divenire racconto attuale del mito, dove si riesca a conciliare tradizione (la fabula, l’intreccio) con le più aggiornate modalità della comunicazione scenica, dove Edipo, in una prospettiva che tenga conto delle più recenti acquisizioni scientifiche sul terreno del rapporto cultura e territorio, trovi, infine, nel tempo della necessità le ragioni più intense e profonde del suo agire “troppo umano”, e, con esse, anche una risposta (laica e religiosa) a quel destino avverso che l’ha visto vittima ed eroe di una vicenda in cui era del tutto “incolpevole”.

La storia di Edipo ha la sua origine in tradizioni culturali e popolari antichissime, lontane, anche dal punto di vista geografico, da quella “civiltà” greca che, con Sofocle, ha dato all’antico mito quella forma “tragica” insuperabile e, in qualche modo, ne ha altresì cristallizzato la struttura e i contenuti fino a farla diventare, nel corso del tempo, una tragedia troppo uguale a se stessa, sostanzialmente consumata dalla sua immutabile e imperitura visione.

Qualunque mito deve essere trattato con la libertà che più gli conviene per renderlo nei limiti del possibile nostro contemporaneo: in maniera che si possa cogliere quella dimensione “altra”, del Sacro, finanche religiosa e simbolica in cui gli stessi personaggi si affermano non soltanto per le azioni che compiono ma per quel rapporto continuo che tentano di stabilire fra la loro natura e la ricerca di una identità.

Da questo punto di vista assume un valore fondamentale non tanto la proposta di una ritualità perduta, quanto l’appropriarsi di un’idea di rappresentazione che assume il rito secondo le più recenti acquisizioni della filosofia e delle scienze umane (antichi segni che si illuminano nel loro rinnovarsi) per pervenire ad un realismo nello stesso tempo concreto e magico, a cui il pubblico possa partecipare, attraverso un’adesione profonda e convinta a quei contenuti, a quei “mitici conflitti”, come se li ascoltasse veramente, malgrado tutto, per la prima volta.

Invece, nella messa in scena di Daniele Salvo, ogni parola appariva già detta, udita una infinità di volte, non si tramutava in azione, tensione, non possedeva un télos.

La tragedia di Edipo diventa allora un’opera di melodramma i cui fatti e la fine sono noti e non serve più interpretarli, è sufficiente rappresentarli: in questo caso, come se si fosse al cinema, davanti ad un film avveniristico, a metà strada fra Kubrick e James Cameron.

Così la tragedia dell’identità e della conoscenza si trasforma in un lungo racconto di fatti che non significano nulla, in una storia infinita, circolare, che fatica a trovare un suo senso. Che non le viene certamente dato da quella grande testa di Sfinge che domina fin dall’inizio la scena, dalle cui orbite oculari scorrono, in perfetta e sincronica analogia con Edipo che si trafigge gli occhi, copiosi rivoli di sangue: come a dire che Edipo è la Sfinge; cioè colui che si fa le domande, e si dà pure le risposte. Proprio un’altra storia.

Daniele Pecci è un bravo attore più da “guardare” che ascoltare: non si riesce a capire, dal modo in cui recita, che cosa veramente pensa di Edipo. Maurizio Donadoni è un intollerante Creonte; Laura Marinoni è una Giocasta troppo moderna in quel polveroso contesto di rovine programmate.


Antigone
Il fantasma di Giocasta, che questa volta ha la giovanile figura di Natalia Magni, ci introduce in un inedito e implausibile pre -prologo per l’Antigone ideata da Cristina Pezzoli su una colloquiale e diligente traduzione di Anna Beltrametti. A parte questo sorprendente incipit niente ci sorprende nella lettura registica di un testo che ci ha detto tutto di sé, e che dopo le innumerevoli rappresentazioni di questo inizio di terzo millennio ci convince sempre di più del fatto che per illuminarlo di luce nuova occorre prima d’ogni cosa non lasciarlo a se stesso ma riuscire a creare un cortocircuito drammaturgico all’interno di un nuovo contesto, sia esso politico, geografico, sociale, culturale ma diverso da quello che l’ha generato. Altrimenti corre il rischio di risultare prevedibile, quindi ovvio, insospettatamente anacronistico. Fra polvere e sangue si segue la traccia di un’Antigone che sembra rivivere azioni sostanzialmente lontane, distanti dal nostro contemporaneo, prive di quel pathos che può riguardare anche il presente, e in qualche modo coinvolgerci. L’obiettivo della recita appare quello di volerci restituire parole e immagini di quel testo, invece che fatti; circostanze, piuttosto che eventi proposti nel loro tragico, cadenzato, fatale (perché inevitabile) intreccio. Si corre da tutte le parti in lungo e in largo, a cerchio e inerpicandosi su quella verticale struttura di porte di cui soltanto tre restano in piedi mentre le altre quattro vanno a formare un percorso che arriva nella prigione sotterranea di Antigone; ma in profondità, in una lettura interpretativa ”di scavo” della storia e dei suoi emblematici personaggi non si scende affatto impegnati come sono tutti, Coro compreso, a gridare le proprie e altrui ragioni. Gli attori recitano ciascuno a modo proprio, qualcuno per conto suo, come se quell’azione scenica che coinvolge l’intera città di Tebe fosse soprattutto un problema personale. Le musiche composte da Stefano Bollani appaiono interessanti in se stesse, ma semplicemente non sono musiche di scena, per la scena: risuonano per conto loro, indifferenti a quanto accade, al conflitto che tiene uniti e poi distrugge tutti i protagonisti della vicenda.

In questa strana edizione dell’opera sofoclea in cui antico e moderno si mescolano accidentalmente, i personaggi sembrano perdere qualsiasi identità come se fossero diventati tutti messaggeri di se stessi: narratori dei propri gesti compiuti, o ancora da compiere; cosicché gli altri personaggi, dal Primo Corifeo al Messaggero di ruolo, ad Euridice, acquistano lo statuto e la dignità di co-protagonisti dell’intera storia. In questo senso, l’irriconoscibile Isa Danieli è un Tiresia di lucida e caparbia intensità. Ileana Maccarrone nella parte di Antigone ha il piglio e l’audacia interpretativa di un’eroina post-moderna, mentre Valentina Cenni che fa Ismene ne diviene il suo esatto, algido opposto. Maurizio Donadoni replica, con imbarazzante approssimazione, il personaggio di Creonte che aveva interpretato per Edipo re.


Le donne al parlamento
All’attualità più sfrenata e riconoscibile, almeno per quanto riguarda la efficace e scoppiettante traduzione di Andrea Capra, vincitrice del Premio Monselice 2010 per il teatro classico, fa affidamento la rappresentazione de Le donne al parlamento per la regia di un vulcanico Vincenzo Pirrotta, che vi recita anche la parte di Blepiro. Piena di tutti i luoghi comuni del linguaggio politico e giornalistico dei nostri tempi, di quelle parole d’ordine dell’estremismo parlamentare che ascoltate nel loro luogo di origine fanno accapponare la pelle, ma qui, dette e mostrate in forma di commedia, rivelano tutto il vuoto mentale su cui poggiano e il ridicolo che sta sotto certi slogan di una ben precisa parte politica, la messa in scena del testo di Aristofane, così riveduto e corretto, non riesce alla fine ad essere decisiva e determinante in chiave contemporanea sia perché troppo compiaciuta di quelle giuste, folgoranti e illuminanti “trovate”, verbali e poi sceniche, sia perché priva di un assunto ideologico, di un punto di vista preciso che faccia un po’ di chiarezza su quelle battute teatrali, la loro provenienza e destinazione, la loro stessa attribuzione ai vari personaggi.

Rimane così l’impressione di una gran confusione del significato e del senso di quelle frasi, di quelle invettive mordaci, che sembrano essere state adottate solo per stupire, per fare divertire. Probabilmente, un’occasione sprecata. I costumi di Giuseppina Maurizi sono efficacemente colorati, ma forse un po’ troppo lontani da quella traduzione molto moderna, di oggi. Le musiche di Luca Mauceri accompagnano la recita con piacevoli assonanze e scherzosi motivi musicali. 

Tutti gli attori sono interpreti risoluti e generosi, tenaci sostenitori dei rispettivi personaggi. Anna Bonaiuto fa, con ironia tutta femminile, una Prassagora che è la stupefacente depositaria di mille ragioni a cui non credere; Vincenzo Pirrotta, un divertito e furente Blepiro sempre teso nella ricerca domestica e pubblica della sua opportunità politica e sessuale; Antonio Alveario disegna l’ilare figura del Cinico, qui Evasore, con godibili richiami a Petrolini e Totò. 

Cerca in notizie...

Puoi affettuare la ricerca inserendo
il titolo o l’autore.

Scheda abboanmenti

Registrati gratuitamente alla rivista online

Dionysus ex machina, rivista on line di studi sul teatro antico pubblicata con cadenza annuale, si articola in sei sezioni (Testi, Dopo l'antichità, Scene, Monumenti, Cinema, Laboratori. Scuola e Università) e in uno spazio ulteriore (Notizie) costantemente aggiornato, che ospita annunci, recensioni e agili schede di spettacoli teatrali, libri, convegni, festival attinenti alla drammaturgia e, più in generale, alla cultura classica. Sono disponibili liberamente tutti gli articoli, i contenuti multimediali, lo spazio Notizie e i link, previa registrazione gratuita.

I volumi della Biblioteca di DEM possono essere acquistati interamente o per singoli articoli tramite Casalini Libri.

REGISTRATI