G.B. Palumbo & C. Editore S.p.A. - Rivista annuale online di studi sul teatro antico

Dionysus ex Machina

Dionysus ex Machina n.7
N.7 - anno 2016
g.b. palumbo editore & c. s.p.a.
pubblicazione: N.2 - Anno 2011
Codice articolo: DEM201137117
Montserrat Reig

Los usos del espacio dramatúrgico y sus transgresiones en la Orestíada de Esquilo

elementos autoreferenciales del coro y de la epifanía

Questo articolo si inserisce negli studi sullo spazio drammaturgico in Grecia inaugurati da Taplin e che godono di un grande successo fra la bibliografia attuale. L’ipotesi che qui si sviluppa pensa alla metamorfosi del coro all’interno delle trilogie e alle epifanie divine come due meccanismi metateatrali di riflessione e creazione di spazio caratteristici della tragedia greca. L’Orestea di Eschilo, con il suo coro epifanico nella terza opera, è l’esempio scelto. Presenta un confronto fra skene e orchestra che permette il mutamento dello spazio scenico. Questo cambio spaziale è anche un cambio del coro e della sua funzione all’interno dell’opera. Il coro divino delle Eumenidi si manifesta simbolicamente sulla soglia (la skene) fra quello visibile e quello invisibile e si costituisce lentamente come un nuovo coro che diventerà la rappresentazione di un rapporto differente con il passato della città. Il gioco metateatrale non finisce nello spazio scenico e mostra la capacità della “mimesi” teatrale di trasformare lo spazio politico.

This paper places itself within the research tradition on dramaturgic space started by Taplin and having a wide following in recent bibliography. The aim is to show the transformation of the chorus wthin the tragic trilogy and the divine epiphanies as two metatheatrical or autoreferential mechanisms/resources used by Greek tragedy to think about or create space. Aeschylus’ Oresteia has been selected as a case study due to its having in its closing piece an epiphanic chorus. It also presents a conflict between skene and orchestra that changes the dramaturgic space. This spatial change is also a change in the chorus and in its function in the play. The divine chorus of Eumenides appears simbolically on the threshold (the skene) between the visible and the invisible world and it slowly develops into a new chorus that is the representation of a different relationship to the city’s past. The metatheatrical play is not limited to dramaturgic space, it also shows the power of dramatic mimesis to transform political space.

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