G.B. Palumbo & C. Editore S.p.A. - Rivista annuale online di studi sul teatro antico

Dionysus ex Machina

Dionysus ex Machina n.7
N.7 - anno 2016
g.b. palumbo editore & c. s.p.a.
Immagine copertina
pubblicazione: N.4 - Anno 2013
Codice articolo: DEM2013120119
Anna Maria Belardinelli

Aristofane e la "Medea" di Euripide

Uno degli aspetti più discussi della poetica di Aristofane è la cospicua presenza di elementi propri della tragedia. Questa viva e costante attenzione del commediografo nei confronti dell’altro genere teatrale distintivo della produzione drammatica attica è stata oggetto di studio sia in saggi monografici sia nei commenti alle singole commedie, dai quali emerge che Aristofane è ricorso spesso alla parodia tragica – ovvero alla paratragodia, una forma letteraria che consiste nello stravolgimento a fini comici di un modello tragico – e che della tragedia non ha preso in giro solo le forme e le strutture (come, per es., i dialoghi, le monodie o le rheseis dei Messaggeri), ma, soprattutto, uno dei suoi autori, Euripide. Non di rado personaggio attivo sulla scena (negli Acarnesi, nelle Tesmoforiazuse, nelle Rane), il tragediografo è stato bersaglio privilegiato della derisione aristofanea anche in virtù della detorsio in comicum (negli Acarnesi, nella Pace e nelle Tesmoforiazuse) di scene drammaturgicamente rilevanti e di grande impatto spettacolare, tratte da cinque tragedie euripidee (Telefo, Bellerofonte, Palamede, Andromeda ed Elena). Tuttavia gli studiosi non hanno mai evidenziato un’attenzione da parte di Aristofane nei confronti della messa in scena della Medea. Un dato notevole se si tiene conto del fatto che anche questa tragedia, al pari del Telefo, del Bellerofonte, del Palamede, dell’Andromeda e dell’Elena, presenta scene drammaturgicamente rilevanti e di grande impatto spettacolare. L’analisi scenica del finale della Medea, in particolare, consente, invece, di individuare nelle Nuvole un’ulteriore ripresa della drammaturgia euripidea e, al tempo stesso, di suggerire che nelle commedie aristofanee la paratragodia non sempre coincide con la parodia, ovvero lo stravolgimento in ridicolo del modello tragico.

One of the most discussed aspects of Aristophanes’ poetics is the conspicuous presence in his plays of elements that are characteristic of tragedy. This constant attention towards the other distinctive Attic theatrical genre has been studied both in monographs and in commentaries on individual plays: it is evident that Aristophanes often used tragic parody – that is, paratragodia, a literary form that comically distorts a tragic model – and that he not only made fun of the forms and structures of tragedy but, above all, of one of its authors, Euripides. The latter frequently appears as an active character on the scene (in the Acharnians, in Thesmophoriazusae, in Frogs), and became Aristophanes’ favourite target also by virtue of the detorsio in comicum (in the Acharnians, in Peace and in Thesmophoriazusae) of a number of scenes of great dramatic impact, drawn from five Euripidean tragedies (Telephus, Bellerophon, Palamedes, Andromeda and Helen). However, scholars have never highlighted Aristophanes’ attention for the staging of Medea. This is remarkable if we take into account the fact that this tragedy, like Telephus, Bellerophon, Palamedes, Andromeda and Helen, presents dramaturgically relevant scenes of great spectacular impact. The analysis of the final scene of Medea, in particular, allows us to identify in the Clouds a further reprise of Euripidean dramatic technique and, at the same time, to suggest that in Aristophanes’ comedies paratragodia not always coincides with parody, or the comic distortion of a tragic model.

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