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Dionysus ex Machina

pubblicato il: 04 Luglio 2013
categoria: recensioni spettacoli
Martina Treu

Una parabasi per le donne: l'Aristofane di Pirrotta a Siracusa

Le Donne al Parlamento di Aristofane

Una parabasi per le donne: l’Aristofane di Pirrotta a Siracusa
Le Donne al Parlamento di Aristofane

Traduzione di Andrea Capra
Regia di Vincenzo Pirrotta

XLIX Ciclo di Rappresentazioni Classiche
Teatro Greco di Siracusa
13 maggio-24 giugno 2013

Già nel 2005 Vincenzo Pirrotta, a Palazzolo Acreide, aveva conquistato critica e pubblico con il suo immaginifico Ciclope di Euripide, nella versione siciliana di Luigi Pirandello. Il successo di quello spettacolo non era bastato a farlo replicare a Siracusa, come molti auspicavano, in quel teatro greco dove Pirrotta aveva recitato come allievo della scuola dell’INDA. Da molti, troppi anni il regista di Partinico non calcava quelle scene, mentre riscuoteva altrove consensi e premi.


Ora finalmente Pirrotta torna in quel teatro nelle vesti di regista e interprete (nonché co-autore, come vedremo) delle Donne al Parlamento di Aristofane. Anche per la commedia del 392 a.C. si tratta di un debutto a Siracusa (l’INDA ne aveva prodotto nel 1957 un allestimento nel teatro romano di Benevento –regia di Luigi Squarzina – e nel 2004 un adattamento al Castello Maniace – testo e regia di Luciano Colavero: per entrambi si veda M. Treu, Cosmopolitico. Il teatro greco sulla scena italiana contemporanea, Milano, Arcipelago, 2005, pp. 98-100). In ogni caso regista e commedia vengono ammessi al teatro greco, si può dire, con riserva: relegati a una sola replica settimanale, di lunedì, anziché in alternanza con le tragedie. E tuttavia Pirrotta viene premiato dai critici (da ultimo Franco Cordelli, sul Corriere del 13 giugno) e dal pubblico, tanto che una replica straordinaria viene aggiunta a grande richiesta il 24 giugno.


Le ragioni del successo sono evidenti: Pirrotta si avvale dell’ottima traduzione di Andrea Capra, di un coro numeroso e compatto, di validi collaboratori alle musiche, ai movimenti scenici e ai costumi, di un cast d’attori eccellente (lui stesso è un irresistibile Blepiro e Anna Bonaiuto una splendida Prassagora). Quanto al testo, Pirrotta affronta Aristofane ‘autore di teatro’ non da filologo, ma da artista. E supporta fino in fondo la scelta di Capra traduttore, ossia rendere il testo comprensibile al pubblico di oggi, lavorando sui dettagli, ma rispettando il senso ultimo dell’originale. Solo così, a mio avviso, si può vincere la sfida della satira ad personam, attualizzando con garbo e con gusto i riferimenti all’attualità (“Atene è il paese che amo”) e giocando sul carattere antonomastico dei bersagli. Se già in Aristofane questi individui singoli diventano maschere, rappresentanti di un’intera categoria, allora ci pare giustificato e legittimo renderli con equivalenti moderni e coniare nomi che alludano a politici contemporanei (Maronide, Berlùschide, Marimontide, Burkezio) o sul modello antico prendano in giro i difetti fisici o comportamentali della vittima (“Alfànide il bulboso”).


Non contento di attualizzare Aristofane, Pirrotta osa ancora di più e lo affianca anche come autore (del resto tempo fa ha riscritto in siciliano addirittura le Eumenidi di Eschilo-Pasolini): poiché la commedia originale è priva di parabasi (quel canto a scena vuota dove solitamente il coro si rivolge al pubblico) lui ne scrive una ‘alla maniera di Aristofane’, ben inserita armoniosamente nel testo. Infatti i temi già ‘caldi’ della commedia – il conflitto tra i sessi, il bene comune, l’interesse della collettività – conducono quasi naturalmente a un altro argomento di grande attualità: la violenza fisica e psicologica sulle donne. La rottura con il resto della commedia è palpabile: il coro, come quello antico, apostrofa direttamente gli spettatori; ma qui – anziché svestirsi e deporre le maschere – si riveste di burka, e si avvicina alle prime file, guardandoci in faccia uno a uno. È questo il momento più emozionante dello spettacolo, quando la corifea ci chiama tutti in causa e ci rivolge il grido accorato: “Se non ora quando?”.


A questo pathos autentico fanno da contraltare i vivacissimi dialoghi comici tra gli attori: nella prima parte della commedia la buffoneria di Blepiro si alterna alla sapiente verve di Prassagora (credibile nell’istruire le donne in vista dell’assemblea, e poi spiegare le nuove regole al marito, dopo che questi ha risolto il proprio problema di costipazione intestinale); la seconda parte invece è dedicata – come al solito in Aristofane – a descrivere gli effetti della situazione instaurata dal protagonista. Qui Pirrotta, seguendo l’ipotesi di Capra, affida allo stesso attore due personaggi anonimi nel testo: il cosiddetto ‘evasore che non mette in comune i propri beni e deride chi lo fa’ (ma vuole mangiare lo stesso a sbafo), sarà lo stesso uomo che nell’ultima scena dovrà concedere i suoi favori sessuali alle vecchie megere prima di poter soddisfare la sua bella. L’identificazione persuade non solo sulla carta, per gli ottimi argomenti di Capra, ma anche sulla scena: chi la fa l’aspetti!


Questa soluzione arricchisce di nuovo senso civico la commedia, e suona come un avvertimento prima della festa finale. Qui il coro si toglie il burka e ne mostra il rovescio, tinto di colori vivaci: un invito efficace a ‘rovesciare’ gli stereotipi che umiliano le donne. Il pubblico scende dalla cavea e si accalca attorno all’orchestra battendo il tempo e ballando al ritmo mediterraneo delle percussioni. Divertito, ma al tempo stesso ammonito, come sarebbe piaciuto ad Aristofane.

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