G.B. Palumbo & C. Editore S.p.A. - Rivista annuale online di studi sul teatro antico

Dionysus ex Machina

Immagine copertina
pubblicato il: 01 Aprile 2013
categoria: recensioni spettacoli
Maddalena Giovannelli

Le Rane

Interpretato e diretto da
Roberto Abbati, Paolo Bocelli, Cristina Cattellani, Laura Cleri, Gigi Dall’Aglio, Luca Nucera, Tania Rocchetta, Marcello Vazzoler

musiche Alessandro Nidi

scene Alberto Favretto

costumi Marzia Paparini

luci Luca Bronzo

produzione Fondazione Teatro Due
Teatro Elfo Puccini, Milano 12-24 Marzo 2013

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Brekekekex-koax-koax. Non è facile da decifrare, oggi, la lingua delle Rane di Aristofane: i versi della commedia gracidano di poesia e di politica, di Eschilo e di Euripide, di metrica e di altre cose fuori moda. Tenta la sfida Teatro Due di Parma: lo spettacolo, in scena all’Elfo Puccini di Milano, è una creazione collettiva interpretata e diretta da otto attori.

La compagnia – va subito riconosciuto – non si limita a una timida riproposizione dell’originale aristofaneo ma si impegna a portarne alla luce tutta l’attualità. Anche l’adattamento drammaturgico si muove deciso in questo senso: mentre il protagonista si lamenta delle storture della cultura contemporanea, non stona il nome di Moccia, e tra le poco gloriose imprese dei politici giunge attesa la menzione della «minorenne nipote del Faraone».

La Parabasi diventa poi una liberatoria invettiva contro i vizi e i corrotti della nostra società, quelli «che hanno il conflitto d’interesse», che «credono che La Russa sia una badante» o che deturpano la Costituzione. L’attingere scopertamente ai più commentati fatti d’attualità ben si adatta allo spirito della drammaturgia di Aristofane ed è una scelta oggi auspicabile – se non necessaria – per chiunque voglia mettere in scena la commedia antica (chi riderebbe oggi di quell’ignoto «Toricione sciagurato gabelliere» menzionato al v. 363?). Si coglie però – almeno a tratti – un certo contrasto tra un adattamento fresco, coraggioso, che osa mettersi in relazione al pubblico contemporaneo (a firma di Dall’Aglio) e i retaggi di una qualche traduzione più libresca (di cui, significativamente, non si cita l’autore nei crediti dello spettacolo).

La regia tiene il passo proponendo soluzioni sceniche non di rado sorprendenti e fantasiose: Caronte diviene un barcaiolo ligure da cui ci aspetteremmo un tour per le Cinque Terre più che per gli Inferi, mentre le rane appaiono come un ammiccante coro en travesti, in stile Paolo Poli, che gracida sulle note di “Maramao perché sei morto”.

L’allestimento lascia emergere la forte bipartizione della commedia: una prima parte tutta costruita sul motivo del viaggio nell’Oltretomba e su un vorticoso cambio di scene, e una seconda più statica che si articola intorno alla contesa poetica tra Eschilo ed Euripide. Oltre ai problemi di ritmo, la gara tra poeti apre non poche questioni di fruibilità: come rendere comprensibile a un pubblico che non sempre ha conoscenza diretta dei testi tragici greci il raffinato gioco imitativo dei due diversi stili poetici? Gigi dall’Aglio e la sua compagnia affrontano la sfida rendendola universale, e trasformano così i due contendenti in ‘tipi’: Eschilo viene rappresentato come un vecchio conservatore, sulla cui giacca spiccano decorazioni militari, mentre Euripide è un magro e provocatorio dandy stravaccato sulla poltrona. E se in alcuni punti si poteva forse osare di più (cercando un corrispettivo più immediato ai funambolici giochi di Aristofane sulla metrica dei due tragediografi), è chiaro che per Teatro Due risiede proprio qui il cuore concettuale dell’allestimento. La contesa tra Eschilo ed Euripide è volta a rintracciare una voce poetica che sia capace di risollevare la polis: Aristofane ci parla dunque di una cultura e di un teatro organici e necessari per la comunità, capaci di incidere sulla realtà. Ed è una riflessione non priva di amarezza, in temi di tagli al FUS e di scarso riconoscimento alla cultura; non stupisce allora che il finale di queste Rane sia commovente e malinconico allo stesso tempo. Dioniso (ed è questa una delle trovate migliori dello spettacolo) misura la leggerezza dei versi liberando in aria dei palloncini bianchi e mostrando al pubblico che solo i versi di Eschilo si levano al cielo. Poco prima che si chiuda il sipario, una serie di palloncini leggeri si librano sopra le teste degli spettatori, mentre frasi celebri dei drammaturghi di tutti i tempi si susseguono a ricordare la potenza e l’irriducibilità del teatro.

E se non si può fare a meno di notare qualche discontinuità di ritmo, qualche occasione persa soprattutto sul piano comico e qualche prolissità, si deve riconoscere alla regia un intervento deciso e non paludato, una lettura capace di ricordarci che Aristofane può diventare nostro contemporaneo.

Maddalena Giovannelli

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