G.B. Palumbo & C. Editore S.p.A. - Rivista annuale online di studi sul teatro antico

Dionysus ex Machina

Dionysus ex Machina n.7
N.7 - anno 2016
g.b. palumbo editore & c. s.p.a.
pubblicazione: N.1 - Anno 2010
Codice articolo: DEM20102701
Giusto Picone

Oggi come ieri

“Oggi come ieri, teatro è responsabilità, consapevolezza di problemi civili, etici, comportamentali, impegno a scelte personali che possono essere traumatiche ma che devono considerarsi ineludibili. Oggi come ieri, teatro è acquisizione e governo di mezzi d’espressione, affermazione di umane conquiste, esaltazione di forze individuali e di esigenze sociali. Oggi come ieri, teatro è libertà, lotta per essere artefici della propria sorte, ricerca del significato dell’esistenza, meditazione di interrogativi spesso destinati a rimanere senza risposta, rifiuto di essere oppressi, disdegno di farsi oppressori”.

Con queste parole Giusto Monaco, l’illustre filologo cui si deve tanta parte della fortuna che ha conosciuto la drammaturgia greca e latina nell’ultimo scorcio del Novecento sul duplice versante della ricerca scientifica e della sperimentazione scenica, definiva, poco prima di morire, natura e ruolo del teatro. Non solo del teatro antico, ma del teatro in quanto tale. Non sfuggiva a Monaco che le antiche fabulae furono concepite come copioni destinati alla scena, che la filologia che ha per oggetto quel corpus di opere deve, dunque, essere in primo luogo filologia teatrale, che non ha fondamento alcuno la pretesa della fedeltà archeologica nella riproposizione di tragedie e commedie classiche, laddove occorre piuttosto mettere a frutto le modalità proprie della comunicazione teatrale contemporanea e, contestualmente, render manifesta l’irriducibile alterità di voci che parlano di una civiltà lontana da quella odierna, seppure in qualche misura ne è all’origine. La via lucidamente individuata era quella dell’indagine che contaminasse ambiti tra loro tradizionalmente distanti, filologia classica e riflessione teorica sui linguaggi della drammaturgia, archeologia e antropologia: la mise en scène, in questa chiave, doveva costituire un momento di sperimentazione e di verifica, capace di rendere il grande patrimonio culturale degli antichi, troppo spesso divenuto sapere specialistico per pochi raffinati esegeti, bene “popolare”, condiviso cioè da vasti strati sociali, per lo più rimasti esclusi dall’accesso a una cultura tradizionalmente “alta”. Si trattava, in tutta evidenza, di una scommessa rischiosa ma per oltre un ventennio vinta con risultati difficilmente prevedibili, tanto dal punto di vista del progresso degli studi quanto per il successo riscosso da produzioni drammaturgiche che si avvalevano, in modo talora assai felice, dell’innovativa sinergia di antichisti e di professionisti del teatro.

Il bilancio del primo decennio del Duemila presenta aspetti contradditori: si è ormai consolidata, da un lato, l’accoglienza più che favorevole che il pubblico riserva alle rappresentazioni di testi classici, e difatti un po’ dovunque i risultati del botteghino segnano a ogni stagione importanti incrementi di presenze e di incassi. Per contro, il condivisibile intento di attirare un numero quanto più possibile ampio di spettatori ha finito col favorire l’affermarsi di un approccio sempre meno problematico alla drammaturgia antica, privilegiandone la rilettura in chiave spettacolare e, parallelamente, tutta giocata sul versante dell’attualizzazione, con l’esito di depotenziare e banalizzare la natura altra, lontana della civiltà evocata nei monumenti teatrali greci e latini, non di rado oscurata da un grottesco trionfo di effetti speciali volti prevalentemente a épater le bourgeois. Può così accadere che persino i convegni di studi si adeguino a questo mediocre andazzo e mirino a stabilire parallelismi superficiali e forzati, se non palesemente infondati, tra antichità e contemporaneità. Sono gli effetti perversi della crisi devastante che, purtroppo non soltanto in Italia, investe il rapporto tra politica e istituzioni culturali, e di cui il microcosmo relativo al teatro antico offre uno spaccato significativo. Non è casuale, infatti, la penalizzazione della ricerca, né potrebbe esser diversamente se gli investimenti destinati al progresso della conoscenza sono ritenuti giustificabili solo se producono immediati utili di bilancio, mentre gli ambiti deputati all’organizzazione e alla diffusione degli eventi culturali sono troppo di frequente occupati da clientes privi di ogni reale competenza.

Che fare dunque? L’iniziativa di dar vita a Dionysus ex machina nasce da questa riflessione, certo non ottimistica, sulla condizione in cui versa la ricerca -in particolare, la ricerca sul teatro antico- nel nostro paese e dalla volontà civile di non arrendersi di fronte alla marea montante della volgarità e dell’incultura. Ma nasce non meno dalla consapevolezza che una rivista on line è uno strumento potenzialmente formidabile, che consente la sperimentazione di linguaggi, modalità di comunicazione, interazione con i destinatari radicalmente innovative rispetto a quelle abitualmente praticate in una pubblicazione a stampa. Dionysus ex machina si propone ai naviganti della rete –antichisti, studiosi del teatro, cultori della civiltà grecolatina interessati alle forme della sua presenza nella modernità e nella contemporaneità, teatranti, giovani curiosi di entrare in contatto con un affascinante universo di miti e simboli - come un annale di studi sul teatro antico articolato in sei sezioni (Testi, Dopo l’antichità, Scena, Monumenti, Cinema, Laboratori. Scuola e Università), cui si aggiunge uno spazio ulteriore (Notizie) che sarà aggiornato mensilmente ed è destinato a ospitare annunci, recensioni e agili schede di spettacoli teatrali, libri, convegni, festival attinenti alla drammaturgia e, più in generale, alla cultura classica. Questa impostazione risponde a un preciso intento: DeM vuole promuovere una riflessione complessiva, d’alto profilo scientifico, sulla drammaturgia antica qualificandosi come luogo programmaticamente destinato al confronto tra approcci diversi a quella produzione teatrale e alle sue molteplici rinascite. E sa bene che questo progetto avrà successo se riuscirà a mobilitare anche e soprattutto il patrimonio inesauribile di intelligenza e di passione che alberga ancora nelle scuole e negli atenei, italiani e stranieri; perciò la rivista cercherà di accoppiare al rigore dell’indagine una vocazione corsara, che la renda capace di superare i chiusi recinti delle accademie mettendo a punto forme di espressione e di dialogo originali.

Queste brevi righe di presentazione non possono concludersi senza un ringraziamento forte all’editore Palumbo, il cui sostegno intelligente e generoso ha reso possibile concepire e avviare l’avventura che muove oggi i suoi primi passi.

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