G.B. Palumbo & C. Editore S.p.A. - Rivista annuale online di studi sul teatro antico

Dionysus ex Machina

Dionysus ex Machina n.7
N.7 - anno 2016
g.b. palumbo editore & c. s.p.a.
pubblicazione: N.6 - Anno 2015
Codice articolo: DEM2015210332
Ferdinando Taviani

L'attore quando non c'entra

Abstract
The essay will introduce the general topic of the exclusion of actors-playwrights from the canon of Italian Literature. Far to be an irrelevant and pedantic topic, as someone might consider it, let us see a few examples: in the Great Palace of our Literature neither a room, nor a closet has been assigned to extraordinary and atypical prose writers like Gustavo Modena and Eleonora Duse. Eduardo De Filippo has gained access, but almost furtively. Not even Raffaele Viviani appears to be fully accepted. In the Seventeenth Century wing of the literary palace, the Andreinis (Francesco, Isabella and Giovan Battista) seem to be accepted as temporary guests. Hospitality is altogether denied to the odd case of Flaminio Scala, who attempted to translate into the shape of an erudite book, Il teatro delle favole rappresentative (1611), the experience of the minor literature of the canovacci. Also Carlo Gozzi tends to be ignored. Among our contemporaries, Dario Fo himself, regardless of his Nobel, risks to be excluded. In good company with the “classical” Carmelo Bene.

Il tema generale che qui verrà sfiorato è l’esclusione degli attori-scrittori dal canone della letteratura italiana. Prima di far spallucce come se cercassimo l’ago nel pagliaio delle polemiche, si tenga conto di almeno pochi esempi: nel Palazzo della nostra Letteratura non troviamo le stanze e neppure gli sgabuzzini di due straordinari e anomali prosatori come Gustavo Modena ed Eleonora Duse. Vi entra, ma di straforo, Eduardo De Filippo. Sembra che non vi entri del tutto neppure Raffaele Viviani. Nell’ala secentesca del palazzo letterario non sono stabilmente accolti neppure gli Andreini: né Francesco, né Isabella e nemmeno Giovan Battista. Né vi trova ospitalità lo strano caso di Flaminio Scala, che tentò di tradurre in forma di libro colto, con Il teatro delle favole rappresentative (1611), l’esperienza della letteratura scrittoria minore dei canovacci. Persino Carlo Gozzi tende ad essere escluso. Fra i nostri contemporanei, Dario Fo, con tutto il suo Nobel sulle spalle, rischia di restar fuori anche lui. In buona compagnia con il “classico” Carmelo Bene.

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